Non mi ricordi se o quante volte l’ho già scritto, ma l’immagine più usata parlando di lavoro –questo lavoro- dai vecchi del cantiere è quella di una guerra. Una guerra logorante, di trincea, fatta di continue piccole avanzate e ritirate, grandi vittorie e altrettanto sanguinose sconfitte.
Io sono l’ultimo arrivato, con le camice pulite, le scarpe nuove, l’entusiasmo di chi si affaccia su una nuova avventura, che è soprattutto nuova vita. Ma le avanguardie sono arrivate in questa terra esattamente un anno fa. Una manciata di assistenti di cantiere, tutti con una grande esperienza in cantieri all’estero (Africa, Paesi Arabi e URSS) e una trentina tra impiegati amministrativi, impiantisti e progettisti. Sbarcati dall’aereo e subito entrati nel vivo di un cantiere già malamente aperto da imprese locali.
Per i primi 6 mesi vive in hotel, si mangia in ristorante dove capita e si lavora nell’estrema periferia della città, in mezzo alle intemperie, nel fango, senza servizi igienici e senza mensa. Poi piano piano arrivano i primi container e materiali dall’Italia e si inizia a montare il campo fisso, con la mensa e i servizi igienici, i dormitori per i muratori e gli operai specializzati, poi gli uffici di cantiere, i generatori, la centrale di betonaggio per il cemento,…
Lavorare è una lotta continua contro l’assenza di mezzi, dalla ghiaia per il calcestruzzo alla cazzuola. E quando ci sono i mezzi, c’è sempre qualcuno che tenta di portarseli a casa per rivenderli a qualche altro cantiere. Un corpo di guardia privato sorveglia, anche per questo scopo, il confini dell’area interessata dai lavori. Discretamente di giorno, con i kalashnikov in spalla di notte. Quotidianamente fermano un operaio o un manovale intenti ad andare a casa con una carriola piena di bulloni o di guaina bitumata, piuttosto che un trapano o una cassetta di attrezzi. A fine giornata manca sempre qualche attrezzo dal magazzino, e con il passare del tempo i controlli si fanno sempre più attenti e invasivi. Ma questa contro i lavoratori ladri/riciclatori è una battaglia persa.
L’altro sforzo destinato a non vedere soddisfazione è rappresentato dal totale disinteresse dei lavoratori locali nei confronti di questo lavoro. Un razzismo spietato aleggia tra gli italiani che per 10 lunghe ore al giorno sono costretti a seguire le squadre di muratori locali. La loro amarezza trasuda nei discorsi che intavolano nel tragitto tra il cantiere e le rispettive case. Forse non è odio, ma grande incomprensione di un modo diverso –opposto- di concepire il lavoro. Un friulano, che ha sempre lavorato sodo da quando aveva 13 anni, contro un kazaco, nato e cresciuto nella povertà del comunismo di frontiera… che risultato può ottenere questo scontro?
Con tanta buona volontà e speranza i capisquadra cercano di insegnare un mestiere, che anche se semplice e duro (quello del muratore), può dare soddisfazioni e spazio per crescere in conoscenza e in guadagni, a questo giovani disoccupati che si presentano di fronte ai cancelli del cantiere già dalle 6 di mattina.
Ma insegnarghe calcossa a l’è inutile; a l’è come a insegnarghe al mus… ti pierd timp e ti infastidiis la bestie!
E alla fine della giornata, seduti pigiati in cinque nel fuoristrada sulla strada di casa, come un sigillo arriva la saggia frase del più vecchio del mestiere (fuori dall’Italia dagli anni ’60): Ecco ragazzi! Anche oggi possiamo cancellare un’altra giornata di lavoro. Siamo sopravvissuti ad un altro giorno di guerra!

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