lunedì 11 agosto 2008

il ritorno a casa...


Ancora un’ultima ora di treno, gli ultimi 120km che mi separano da casa, e poi finirà questo ritorno avventuroso ma triste dalla Georgia. So che tra pochi giorni forse sarò di nuovo là e che poco sarà cambiato nell’aspetto esteriore della capitale, poco sarà cambiato il cantiere o nel viavai quotidiano delle persone che vivono la città, ma questo ritorno è un momento per me, come penso per tutti gli altri compagni di viaggio, inquieto e tutt’altro che gioioso.

Lasciamo gente preoccupata e spaventata, lasciamo morti e feriti anche se visti solo attraverso la tv, lasciamo un’economia per l’ennesima volta schiacciata da un’altra crisi.

Ma lasciamo la Georgia con l’immagine di un popolo orgoglioso e fiero, che vuole tra astuzie ed ingenuità ribadire la sua unità territoriale, come premessa per dimostrare che nel futuro tutto il Paese potrà svilupparsi, soprattutto se unito e forte.

Arrivo a casa dopo aver attraversato in 24 ore esatte Georgia e Armenia, sorvolato la Turchia, il Mar Nero, la Grecia e l’Adriatico; e poi da Roma in treno, percorrendo l’Italia dal centro al nordest.

E mentre scorrono i paesaggi dietro al finestrino, i ricordi freschi si fondono a quelli degli ultimi 2 mesi passati. E si accavallano e si dissolvono una sull’altra immagini di terre simili, di paesaggi già visti, di persone che vivono vite parallele.

E sembrano ancora più stupide ed assurde le guerre per un pezzetto di falsa libertà, per una autonomia inutile, per grandi promesse che presto verranno tradite.

Un popolo multietnico come quello georgiano, seppure con i suoi difetti e intolleranze, è veramente difficile da trovare. Una terra da sempre crocevia di popoli e culture “alte” e “complesse” come quelle greche, persiane, armene, romane e –ovviamente- georgiane, non può essere bollata come intollerante ed emarginante… se non da uno che non ci ha mai vissuto a contatto neanche una settimana.

Per me vorrei che questa non rimanesse solo una brutta avventura o un ricordo di viaggio, perché così non è. Oggi sono qui per la preoccupazione di altri, non certo per spavento mio, e penso che a breve ritornerò a Tbilisi… anche se so che questi –mi auguro- pochi giorni di guerra non saranno gli ultimi e non daranno la lezione attesa né agli uni e neppure agli altri.

Ultimi chilometri di rotaia, ultime immagini dei miei compagni di viaggio che dormono distesi nella pancia del C-130 in volo sulla culla dell’Europa. Lì dove sono affondate le radici della bellissima nostra cultura continentale, in equilibrio tra progresso e tradizione, ci sono molti –troppi- problemi che se non saranno curati presto, guasteranno anche i frutti di questo nostro albero sempre più folto di stelle.

Dove sei Europa? Fatti sentire!

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