Oggi, grande movimento in cantiere, a causa dell'arrivo (annunciato) degli ispettori del lavoro.Ieri, infatti, subito dopo pranzo si è sparsa nell'ufficio tecnico la notizia di un incidente grave accaduto ad un operaio moldavo. Le notizie in cantiere corrono attraverso le ricetrasmittenti che i capisquadra (quasi tutti italiani) utilizzano per comunicare tra di loro e con l'ufficio tecnico. Nel giro di pochi minuti si approfondiscono le informazioni e veniamo a sapere che l'uomo è morto... un incidente sul lavoro? una caduta dalle impalcature?... no, per la "fortuna" del temibile capocantiere friulano, a stroncare il muratore è stato un infarto. L'ambulanza, che durante le ore di lavoro staziona in cantiere, pronta ad ogni evenienza, non è riuscita a far nulla. La rianimazione con il defibrillaore portatile, evidentemente, è arrivata troppo tardi.Subito, è arrivata una pattuglia della polizia in cantiere a rilevare l'accaduto e raccolte sufficienti informazioni se n'è andata senza troppe storie. Ma dopo alcune ore, verso le 18 quando tutti stavano uscendo dagli uffici e gli operai tornavano alle loro baracche, un'altra pattuglia di giovani poliziotti -molto più determinati dei primi- è entrata in canitiere intenzionata ad arrestare il nostro capo. Erano convinti che la causa di morte non fosse accidentale e che qualcuno avesse "unto" la pattuglia di polizia che per prima era arrivata sul luogo, per far risultare che la morte fosse dovuta a cause naturali... e non ad un inciddente sul lavoro come loro ipotizzavano.Dopo qualche ora di braccio di ferro, telefonate e minacce più o meno velate, ad avere la meglio -questa volta- è stato il cantiere.
In effetti, sinceramente, devo dire che la sicurezza dei lavoratori è più rispettata in questo paese che in Italia. Tutti i lavoratori indossano l'elmetto, colorato a seconda della squadra a cui appartengono, e quasi tutti indossano scarpe o stivali antinfortunio. Inoltre la ditta fornisce giubbotti e salopette... anche se frequentissimi sono i furti, anche tra lavoratori di squadre o ditte differenti.Il capitolo dei "furti" meriterà una descrizione a se visto che ogni giorno che passa mi vengono raccontati nuovi aneddoti, sempre più tragicomici.
Ma tornando alla mattinata di oggi, quando in Italia era ancora notte fonda, nel bel mezzo del lavoro, io e un'altra decina di persone siamo stati catapultati fuori dagli uffici, con la missione di nasconderci ai bordi del cantiere, dentro i magazzini,... ovunque ma non in vista della squadra degli ispettori che stavano entrando dal cancello principale del cantiere.
Pensavo ad uno scherzo... io sono stato regolarmente assunto, ho il visto fino ad aprile 2008,... invece, parlando con un vecchio caposquadra ho saputo che per lavorare in Kazakistan (come in ogni altro paese) è nesessario un permesso di lavoro... cosa che in un ex-paese dell'URSS, non è più facile da ottenere che in Italia. Qui bisogna, secondo la modalità più semplice ed economica, recarsi a Bishkek (capitale del Kirghizistan), chiaramente dopo aver ottenuto il visto, soggiornarvi almeno un giorno e recarsi all'ambasciata kazaka. Da li si può richiedere un nuovo visto e il permesso di lavoro in KZ.
... ok, mi sto dilungando...
La pausa-fuga di questa mattina è stata comunque molto interssante e fruttuosa. Io è Marco, mio collega ingegnere appena arrivato anche lui dall'Italia, ci siamo fatti il giro di tutto il cantiere... incontrando gli altri italiani che erano nella nostra stessa situazione di "fuga". In particolare Uno di loro, un friulano con più di 50anni di lavori all'estero, ci ha portato nel suo "regno" fatto di tondini di acciaio e macchine piegaferri, offrendoci un buon caffe corretto con grappa, arrivata il giorno prima direttamente da Udine con alcuni montatori (arrivati per montare delle enormi gru a torre).
Le storie di lavoro all'estero che ci ha raccontato in quella mezzora di silenzio-radio, sono le storie epiche del 20secolo... di chi ha vissuto e lavorato nell'Africa nera a costruire dighe e ferrovie e ponti, negli anni delle grandi e sanguinose lotte per l'indipendenza delle colonie africane dall'Europa. Storie raccontate con orgoglio, nostalgia ed un velo di tristezza.
In effetti, sinceramente, devo dire che la sicurezza dei lavoratori è più rispettata in questo paese che in Italia. Tutti i lavoratori indossano l'elmetto, colorato a seconda della squadra a cui appartengono, e quasi tutti indossano scarpe o stivali antinfortunio. Inoltre la ditta fornisce giubbotti e salopette... anche se frequentissimi sono i furti, anche tra lavoratori di squadre o ditte differenti.Il capitolo dei "furti" meriterà una descrizione a se visto che ogni giorno che passa mi vengono raccontati nuovi aneddoti, sempre più tragicomici.
Ma tornando alla mattinata di oggi, quando in Italia era ancora notte fonda, nel bel mezzo del lavoro, io e un'altra decina di persone siamo stati catapultati fuori dagli uffici, con la missione di nasconderci ai bordi del cantiere, dentro i magazzini,... ovunque ma non in vista della squadra degli ispettori che stavano entrando dal cancello principale del cantiere.
Pensavo ad uno scherzo... io sono stato regolarmente assunto, ho il visto fino ad aprile 2008,... invece, parlando con un vecchio caposquadra ho saputo che per lavorare in Kazakistan (come in ogni altro paese) è nesessario un permesso di lavoro... cosa che in un ex-paese dell'URSS, non è più facile da ottenere che in Italia. Qui bisogna, secondo la modalità più semplice ed economica, recarsi a Bishkek (capitale del Kirghizistan), chiaramente dopo aver ottenuto il visto, soggiornarvi almeno un giorno e recarsi all'ambasciata kazaka. Da li si può richiedere un nuovo visto e il permesso di lavoro in KZ.
... ok, mi sto dilungando...
La pausa-fuga di questa mattina è stata comunque molto interssante e fruttuosa. Io è Marco, mio collega ingegnere appena arrivato anche lui dall'Italia, ci siamo fatti il giro di tutto il cantiere... incontrando gli altri italiani che erano nella nostra stessa situazione di "fuga". In particolare Uno di loro, un friulano con più di 50anni di lavori all'estero, ci ha portato nel suo "regno" fatto di tondini di acciaio e macchine piegaferri, offrendoci un buon caffe corretto con grappa, arrivata il giorno prima direttamente da Udine con alcuni montatori (arrivati per montare delle enormi gru a torre).
Le storie di lavoro all'estero che ci ha raccontato in quella mezzora di silenzio-radio, sono le storie epiche del 20secolo... di chi ha vissuto e lavorato nell'Africa nera a costruire dighe e ferrovie e ponti, negli anni delle grandi e sanguinose lotte per l'indipendenza delle colonie africane dall'Europa. Storie raccontate con orgoglio, nostalgia ed un velo di tristezza.
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