lunedì 30 giugno 2008

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Guardardando Tbilisi dall'alto di quel che rimane della sua antica fortezza, si ha l'impressione di essere arrivati in una di quelle città che, sotto una nuvola di polvere e fumi di motori russi, il rumore del traffico e del vento che soffia, nasconde una antica e nobile semplicità.

Camminare per le sue ripide vie lastricate di granito, sotto i platani che ombreggiano i marciapiedi e le strade, ti fa sentire un pò più vicino a casa nonostante i chilometri.

La città merita una scoperta attenta e una conservazione che negli ultimi anni si vorrebe intraprendere, ma forse solo a parole... vedendo i palazzi che come funghetti stanno crescendo qua e la in mezzo al tessuto urbano vario e disomogeneo.

Tbilisi, la città delle acque sulfuree, capitale di una delle più autonome repubbliche socialiste sovietiche, si trova ora con un piede nella tradizione e uno nello sviluppo. Da una parte i quartieri di povere case di mattoni con i tetti in lamiera arrugginitas e dall'altra le luci scintillanti e i vetri a specchio dei palazzi contemporanei (sempre molto kitch). E che fare ora? Buttarsi nel vortice del mercato internazionale, liberalizzando e prostituendosi -come ha fatto ad esempio il Kazakistan- oppure scegliere la via di uno sviluppo più lento e compatibile con l'indole nazionale, che vuole il georgiano uomo infaticabile e di parole, ma con ritmo di bradipo nel fare le cose?

L'impressione del viaggiatore-lavoratore è positiva. L'impatto è buono, ora vedremo il resto.

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