lunedì 15 settembre 2008

ritorno a Tbilisi: si riparte.

Questa mattina alle 3:30 sono sbarcato a Tbilisi, dopo un mese e 4 giorni dalla “ritirata”, composta ma inevitabile, di tutti gli italiani dalla Georgia in stato di guerra.

Sono ritornato in un Paese tornato tranquillo anche se orgogliosamente ferito dal ritorno di fiamma dell’imperialismo putiniano.

Qui ho ritrovato con gioia inaspettata amici e colleghi lasciati in fretta e con nostalgia, e che ora mi chiedono come ho passato il mio ultimo mese in Italia e che mi ripetono la loro soddisfazione per il nostro ritorno in cantiere.

Sempre con un filo di imbarazzo mi sono trovato durante questo mese a rispondere, spesso con molta autoironia, sulla mia fuga dalla Georgia, perchè mentre parlavo pensavo a chi veramente si trova a scappare da situazioni infinitamente peggiori della mia e non ne presta più di tanta attenzione.

Ma poi penso anche ai giornalisti che in massa sono precipitati in cerca di qualcosa da raccontare quando oramai quasi tutto era terminato e vagavano (e vagano tutt’ora) in cerca di una notizia o di una storia tragica da raccontare o di una nuova e rivoluzionaria analisi geopolitica da porre all’attenzione di lettori intenti a rosolarsi sulle spiagge agostane.

Ma tutto ricomincia e anche dalla cenere nascono sempre nuove piantine, ancora più rigogliose delle precedenti. Così siamo rientrati nel cantiere per riprendere il filo da dove lo avevamo interrotto, per riprendere a costruire il progetto che si voleva terminato a fine di quest’anno e che, probabilmente, i georgiani vedranno completato solo il prossimo autunno.

E’ difficile ricominciare ed è stato difficile partire. Perché in tutte le occupazioni e in questa in particolare bisogna cercare di organizzarsi e non perdere il ritmo. Un ritmo mentale e fisico, fatto di abitudini e riti quotidiani che ti aiutano a sopportare meglio il fatto di passare granparte del proprio tempo in cantiere e il rimanente cercando di avere una vita sociale.

E questa “avventura” della guerra ha rotto, nel nostro piccolo, anche questi ritmi, rendendo molto più difficile il pensiero e lontano il desiderio di tornare al lavoro, a questo lavoro.

Oggi si riparte.

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