Sono ritornato in un Paese tornato tranquillo anche se orgogliosamente ferito dal ritorno di fiamma dell’imperialismo putiniano.
Qui ho ritrovato con gioia inaspettata amici e colleghi lasciati in fretta e con nostalgia, e che ora mi chiedono come ho passato il mio ultimo mese in Italia e che mi ripetono la loro soddisfazione per il nostro ritorno in cantiere.
Sempre con un filo di imbarazzo mi sono trovato durante questo mese a rispondere, spesso con molta autoironia, sulla mia fuga dalla Georgia, perchè mentre parlavo pensavo a chi veramente si trova a scappare da situazioni infinitamente peggiori della mia e non ne presta più di tanta attenzione.
Ma poi penso anche ai giornalisti che in massa sono precipitati in cerca di qualcosa da raccontare quando oramai quasi tutto era terminato e vagavano (e vagano tutt’ora) in cerca di una notizia o di una storia tragica da raccontare o di una nuova e rivoluzionaria analisi geopolitica da porre all’attenzione di lettori intenti a rosolarsi sulle spiagge agostane.
Ma tutto ricomincia e anche dalla cenere nascono sempre nuove piantine, ancora più rigogliose delle precedenti. Così siamo rientrati nel cantiere per riprendere il filo da dove lo avevamo interrotto, per riprendere a costruire il progetto che si voleva terminato a fine di quest’anno e che, probabilmente, i georgiani vedranno completato solo il prossimo autunno.
E’ difficile ricominciare ed è stato difficile partire. Perché in tutte le occupazioni e in questa in particolare bisogna cercare di organizzarsi e non perdere il ritmo. Un ritmo mentale e fisico, fatto di abitudini e riti quotidiani che ti aiutano a sopportare meglio il fatto di passare granparte del proprio tempo in cantiere e il rimanente cercando di avere una vita sociale.
E questa “avventura” della guerra ha rotto, nel nostro piccolo, anche questi ritmi, rendendo molto più difficile il pensiero e lontano il desiderio di tornare al lavoro, a questo lavoro.
Oggi si riparte.
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