Oggi ho terminato una simpatica lettura: La Bizzarra Impresa di Danilo Elia, un libro delle Edizioni CDA Vivalda, casa editrice specializzata in… non so se il termine sia corretto… letteratura di viaggio, racconti di viaggiatori o su viaggiatori, più o meno moderni.A chi verrebbe mai in mente di attraversare l’Europa Orientale e l’Asia, fino al Mare del Giappone, in auto? E se questo bolide non fosse altro che una vecchia Fiat 500 usata, messa a punto alla bell’e meglio? E se i protagonisti non fossero altro che due ragazzoni trentenni pugliesi, e non dei piloti provetti di Parigi-Dakar?
Ecco allora che, già dalle prime traballanti pagine, il viaggio prende forma ed acquista ad ogni chilometro un interesse che va al di la dell’impresa, già di per se notevole, di collegare Bari a Pechino in poco più di 2 mesi. I viaggiatori incrociano persone, mangiano e bevono assieme alla più varia umanità, si scontrano contro una impassibile/impossibile burocrazia, attraversano dai paesaggi più selvaggi della Siberia a quelli totalmente devastati delle città industriali sovietiche.
Un libro che parla anche di Kazakhstan, nella sua parte centrale, e che racconta di una terra ospitale ma ricca di forti contraddizioni, quasi sempre legate alla presenza/assenza di dollari.
Vivere e viaggiare sono due esperienze diverse, spesso molto diverse. In mezzo ci sono le sfumature come la mia e quella di tanti che, come me, lavorano e vivono una vita provvisoria all’estero. Ne turisti, ne abitanti. Troppo poco tempo ed energie a disposizione per conoscere da turista la terra che ti ospita, troppe poche relazioni con questa per considerarti abitante o cittadino.
Una sensazione di spaesamento mi coglie quando penso a questa zona grigia, quando penso che lavoro, mangio e mi comporto come un cittadino kazako, ma non so nulla di dove abito, né la lingua, ne le abitudini, ne i costumi delle persone che vivono intorno a me.
Siamo agenti in missione; una volta risolto il problema, un volta terminato il lavoro, ritorniamo a casa o cambiamo città, stato, continente. E’ comunque una sensazione di potenza, sentire di poter rappresentare le persone giuste che arrivano nel momento giusto, risolvono il problema e poi si spostano… ma poi? Che rimane di tutto questo?
La conoscenza del mondo, delle lingue e delle culture, l’elasticità mentale,… tutti obiettivi possibili e desiderabili per qualcuno che decide di non avere fissa dimora; ma sono traguardi difficili da ottenere senza distorsioni. Ovvero mi sembra sia difficile trasformare queste in esperienze ad alto potenziale positivo. Il lavoro, questo tipo di lavoro nel campo delle costruzioni, è duro, prolungato e esso esercitato in Paesi e condizioni difficili. Svela i lati peggiori del carattere umano (razzismo, intolleranza, violenza nei rapporti, incomprensione,…), accanto a qualche sprazzo di positività (senso della comunità, solidarietà tra simili, nostalgia di casa,…).
Lavorare fuori da “casa” è sempre un’avventura… e la fine di ogni storia o di ogni lavoro non è mai scontata.
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